La pelle e la moda vegana

La pelle e la moda vegana

 

Quando parliamo di lifestyle vegano come progetto e filosofia di vita, non ci riferiamo semplicemente a una specifica dieta alimentare da seguire, ma anche al contenuto del guardaroba. Il fenomeno della moda vegana sembra aver avuto un boom specialmente nell’ultimo anno, in cui, secondo i dati raccolti da Lyst, avrebbe registrato solo nel mese di aprile 2020 un incremento del 69% nelle ricerche relative alla “pelle vegana”. Il mercato mondiale del vegan è indubbiamente un settore in grande ascesa: solo per le borse si stima una crescita del 49,9% fino al 2025. 

Ad ogni modo, regna ancora una gran confusione su questo movimento. In particolare, c’è poca chiarezza in merito alla distinzione tra moda ecosostenibile e vegana

Partiamo, quindi, da una certezza: qualsiasi capo o accessorio di derivazione animale non è sicuramente vegano. Vegano, però, mentre è garanzia dell’assenza di coinvolgimento di animali nella produzione, non è necessariamente sinonimo di ecosostenibile dal punto di vista ambientale. Infatti, sebbene molti articoli siano etichettati come vegani, spesso non rispettano alcuni parametri fondamentali: ad esempio, se realizzati con materiali sintetici, derivanti a loro volta da combustibili fossili e difficili da smaltire, la loro decomposizione richiederà tempi troppo lunghi, finendo così per inquinare gli oceani. 

Differenza tra pelle, ecopelle, pelle conciata al vegetale e simil pelle

 

Nella lingua parlata, si tende ad utilizzare indistintamente termini come pelle, ecopelle, similpelle e pelle conciata. Cerchiamo di fare chiarezza.

La pelle è pelle animale conciata attraverso l’utilizzo di prodotti chimici, necessari per interrompere la naturale decomposizione del materiale organico e renderlo adatta all’uso. Il risultato di tale lavorazione prende il nome di cuoio: morbido ed estremamente resistente; favorisce la traspirazione, scongiurando la formazione di muffe e funghi; vanta proprietà termoisolanti ed è un buon conduttore elettrico. Proprio grazie alle sue proprietà e alla sua capacità di durare nel tempo è un materiale molto costoso.

Pelle, ecopelle e similpelleIl termine ecopelle viene spesso usato in modo fuorviante. L’unica ecopelle possibile è quella conciata secondo standard di qualità codificati. La pelle trattata in questo modo ha un prezzo abbastanza elevato, giustificato anche dall’impiego di tecniche naturali a basso impatto ambientale. Questo è il motivo che determina la sua scarsa reperibilità, dato che non tutte le concerie sono economicamente in grado di produrla. L’ecopelle, inoltre, richiede una manutenzione costante e non va esposta alla luce affinché il suo aspetto rimanga inalterato: si distingue per il suo colore non uniforme, per le imperfezioni, per la sua estrema morbidezza e per la sua lunga durata

Per similpelle (o finta pelle), erroneamente utilizzato come sinonimo di ecopelle, si intende un materiale esteticamente simile alla pelle, ma che possiede proprietà differenti: si tratta di un prodotto industriale plastico e resinoso su cui vengono impresse con appositi macchinari le rugosità tipiche della vera pelle. Rispetto a quest’ultima e alla stessa ecopelle, il suo prezzo è decisamente più conveniente. Inoltre, data la sua idrorepellenza e la sua resistenza a fonti di luce e calore, risulta più facile provvedere alla sua pulizia e alla sua manutenzione. D’altro canto, è un tessuto non traspirante, poco morbido al tatto e che tende a sfaldarsi con l’usura

La pelle conciata al vegetale, infine, è una pelle di origine animale: generalmente si tratta di prodotti di riciclo dell’industria alimentare come pelli bovine, ovine o caprine. Tali materiali vengono sottoposti alla concia, un processo in grado di arrestarne la decomposizione, attraverso l’uso di agenti concianti derivanti da fonti vegetali, chiamati tannini. 

Resistenza delle alternative alla pelle 

 

Uno studio condotto dall’istutito indipendente di ricerca FILK (Forschungsinstitut für Leder und Kunststoffbahnen), condivisa sulla piattaforma scientifica MDPI (Multidisciplinary Digital Publishing), ha analizzato i campioni di una serie di materiali, attualmente definiti dai media come alternativi alla pelle, con lo scopo di verificarne le proprietà tecniche. Ne è nato un paper, intitolato “Trend Alternatives for Leather“, che è giunto alle seguenti conclusioni: i materiali analizzati non esprimevano tutte le caratteristiche prestazionali della pelle, a partire dalla resistenza alla rottura e allo strappo. Anche i test relativi all’assorbimento del vapore acqueo e alla relativa permeabilità hanno ottenuto punteggi significativamente inferiori alla pelle. Questo è un elemento importante se il prodotto deve essere usato non solo per una stagione ma nel tempo.

 

Materiali (sostenibili?) alternativi alla pelle

 

Una vera rivoluzione nel mondo della moda sostenibile arriva da vari brand sia italiani che internazionali, che sfruttano materiali innovativi, alcuni dei quali creati da prodotti di scarto, ma non sempre così sostenibili quanto ci si aspetterebbe.

Come dimostrato da alcuni studi, sebbene sia possibile ottenere un materiale riciclabile, nonché biodegradabile e persino compostabile, la maggior parte delle pelli plant-based esaminate non rientra né nella prima né nella seconda categoria.

Tra questi, il messicano Desserto, che in alternativa alla pelle animale sfrutta una risorsa resistente e molto diffusa in Centro America: il cactus.

La pelle che deriva dalla lavorazione è particolarmente morbida al tatto, caratterizzata da un odore unico ed è traspirante come quella di origine animale. Tuttavia, risulta formata principalmente da poliuretano e non da un biopolimero di materiale naturale di origine vegetale, come la cellulosa o altri polisaccaridi. Inoltre, non è biodegradabile come dichiarato dall’azienda, così come la pelle fungina utilizzata da alcuni big del lusso. 

Altre alternative tessili sono state ugualmente oggetto di critica, come quelle di Piñatex, ricavate dalle fibre delle foglie flessibili e resistenti dell’ananas, e quelle di Vegea, ricavatte dagli scarti della lavorazione vinicola.

Tali materiali sono ottenuti mescolando leganti e rivestimenti non degradabili per imitare in qualche modo le prestazioni della pelle. Da un lato è quindi importante che la comunicazione sia trasparente da questo punto di vista, dall’altro va comunque sottolineato che le innovazioni richiedono sempre tempo per essere perfezionate. Perseguire questo approccio ha il vantaggio di sostituire parte del peso della plastica presente nelle opzioni “vegane” convenzionali a base di poliuretano con una base bio-based

Vantaggi e sfide delle alternative alla pelle

 

Pelle

 

Le preoccupazioni etiche e ambientali crescenti hanno fatto in modo che molti brand rinunciassero alle pellicce e alle pellidi animali esotici. Secondo gli esperti, il prossimo materiale sulla lista potrebbe essere per diverse motivazioni la pelle bovina: l’allevamento di bestiame è responsabile ogni anno del 14,5% delle emissioni di gas serra a livello globale, senza poi dimenticare l’impatto provocato dal processo di conciatura.

Le strade sono due e complementari: da un lato ridurre al massimo l’impatto ambientale della pelle, dall’altro proseguire l’innovazione relativa ai materiali alternativi per massimizzare la performance e minimizzare l’impatto.

Leather Working Group è un ente che lavora nella prima direzione: ha sviluppato un protocollo per valutare la la tracciabilità della pelle e la sostenibilità della conceria

Di diverso avviso è il brand di sneakers VEJA, che misura dal 2019 la sua impronta di carbonio con lo scopo di avere un impatto positivo in ogni fase della produzione, che ha deciso di ridurre l’utilizzo di cuoio a causa dell’impatto dovuto all’allevamento di bestiame.

Qual è la soluzione più sostenibile?

 

Sembra ormai evidente il crescente interesse non solo per l’ecopelle ma anche per i materiali alternativi.

Come abbiamo visto, in entrambi i casi è importante proseguire il percorso di ricerca e innovazione.

Alcune aziende stanno adottando un approccio diverso, impegnandosi in progetti di economia circolare, recuperando i prodotti e dando loro una nuova vita a partire non solo da materiali innovativi, ma anche dal pellame stesso.

Tra questi, Elvis & Kresse, (protagonista del nostro Podcast Cikis) specializzata nella trasformazione degli scarti dei prodotti di lusso tramite un processo puramente meccanico e in fabbriche che utilizzano energia rinnovabile, che ha siglato una partnership con Burberry. Metà dei proventi è destinata inoltre all’implementazione delle tecniche di riciclo, artigianato e protezione dell’ambiente. 

In definitiva, non esiste un’alternativa migliore in assoluto. Oltre a cercare di riciclare il più possibile, il nostro consiglio è di verificare, per la pelle, la tracciabilità, la gestione degli allevamenti e il processo di concia, e per le alternative vegetali l’effettiva composizione includendo leganti e fissanti e la capacità di durare nel tempo. 

 

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