“The Next Black”: dopo cinque anni, un film ancora attuale

Recentemente il team di Cikis si è imbattuto nel documentario “The Next Black- A film about the Future of Clothing”, realizzato dalla AEG. Dalla California a Bangkok, da Norimberga a Londra: il documentario del 2014 portava alla scoperta delle innovazioni più interessanti nel campo dell’abbigliamento. In un mondo dove progresso tecnologico e sostenibilità ambientale viaggiano spesso in direzioni opposte, il documentario ci illustrava come innovazione ed abbigliamento possano creare un felice e sostenibile connubio. Sono passati sei anni, eppure alcune innovazioni sono ancora attuali e ci raccontano soluzioni sostenibili ad alcune delle fasi più critiche della vita di un capo: la produzione di tessuti, la tintura, l’acquisto, l’utilizzo.

La produzione di tessuti. Suzanne Lee (BioCouture): come “coltivare” un vestito

Nel terzo capitolo del documentario (“Brewing sustainable living”), Suzanne Lee, fashion designer inglese, racconta di come è nato il suo progetto: stava scrivendo un libro sul futuro della moda, quando un biologo le parlò della possibilità di creare un vestito facendo fermentare microorganismi.

Da quell’incontro è nata una collaborazione che ha portato alla nascita di BioCouture. L’azienda è stata inserita dal “Time” nella classifica delle migliori 50 invenzioni del 2010. Ma qual è Il processo che porta alla realizzazione di questi capi d’abbigliamento sostenibili? “È un processo incredibilmente semplice, che richiede l’utilizzo di tè verde, zucchero, batteri e lievito”. La fermentazione dei microorganismi porta al risultato di quella che Suzanne chiama “pelle vegetale”, un tessuto 100% compostabile.

Perchè è ancora attuale: perchè anticipa le innovazioni sui tessuti innovativi che oggi si fanno strada sul mercato, e per il sistema produttivo semplice che rende il tessuto compostabile. Il fatto che il materiale di partenza sia naturale o compostabile (pensiamo a tanti tessuti innovativi prodotti con scarti alimentari) non significa necessariamente che lo sia il tessuto finale. Spesso infatti i processi chimici fanno perdere questa qualità. Suzanne Lee ci insegna che il materiale di partenza è importante tanto quanto il processo produttivo e il fine vita del tessuto.

La tintura. “DryDye”: tingere i tessuti senza utilizzare l’acqua

Ogni anno il processo di tintura ad acqua dei nostri tessuti scarica nei nostri fiumi un ammontare di acqua inquinata pari a metà del Mar Mediterraneo. “Ero in visita presso una fabbrica giapponese, in un’area dove si coltivavano angurie” racconta nel documentario Sophie Mather (“Yeh Group”). “Mi sono imbattuta nel fiume che stava irrigando quei campi. Le fabbriche tessili intorno a quell’area lo stavano inquinando”. Questo episodio l’ha condotta a lavorare con la “Yeh Group”, una società di Bangkok pioniera nel campo della rivoluzionaria tecnologia “DryDye”. L’azienda utilizza il biossido di carbonio liquido per tingere i tessuti, senza l’utilizzo di una sola goccia d’acqua. Questo processo inoltre utilizza il 50% in meno di energia e il 50% in meno di sostanze chimiche rispetto al metodo tradizionale.

Perchè è ancora attuale: perchè questa tecnologia viene attualmente utilizzata da aziende come DyeCoo, che hanno servito grandi aziende come Adidas. Restano ancora dei limiti, come il fatto che il metodo venga attualmente utilizzato solo per i tessuti sintetici. E’ inoltre importante ricordare che non solo il processo di tintura ma anche la tintura in sè deve essere a basso impatto.

L’acquisto. Un antidoto al “fast fashion”: il modello “Patagonia”

Negli ultimi cento anni, l’industria dell’abbigliamento è cambiata profondamente. Si è infatti passati dal tradizionale modello made-to-order al modello di produzione di massa: il design viene curato in un Paese, la produzione avviene in un altro ancora e i vestiti vengono poi venduti in tutto il mondo. Questo cambiamento, noto come “fast fashion”, ha completamente rivoluzionato l’industria dell’abbigliamento. Nel primo decennio del XXI secolo, il nostro consumo tessile è cresciuto del 47%. Questo importante aumento ha però effetti clamorosamente negativi dal punto di vista dell’inquinamento ambientale.

Rick Ridgeway è il responsabile delle iniziative dedicate all’ambiente di “Patagonia”, azienda statunitense nel campo dell’abbigliamento. In occasione del “Black Friday” del 2011, Rick e il suo team hanno acquistato una pagina del “New York Times” per pubblicare il loro annuncio pubblicitario: accanto ad una foto di una giacca Patagonia, lo slogan recitava: “Don’t buy this jacket”. Il perché di questa campagna di marketing apparentemente controintuitiva è presto detto: l’obiettivo è la responsabilizzazione del consumatore. Il vero messaggio è: compra la giacca, ma soltanto se realmente ti serve. Un invito a comprare meno, privilegiando i prodotti di maggiore qualità e più durevoli.

Perchè è ancora attuale: perchè ancora oggi un’alta percentuale dei capi presenti nei nostri guardaroba non viene usata. Secondo uno studio effettuato dall’azienda Movinga su 18000 famiglie in 20 Paesi, nei nostri guardaroba abbiamo almeno il 50% dei capi che non sono stati utilizzati negli ultimi 12 mesi. Ciò che è ancora più interessante è che la percentuale percepita spesso è più bassa di quella reale: in Italia gli intervistati pensavano di non aver utilizzato il 28% dei capi, ma contando realmente i capi non utilizzati la percentuale reale è risultata 81%.

L’utilizzo. Il contributo dei consumatori

Il settore dell’abbigliamento è tra i più inquinanti al mondo. È perciò sicuramente giusto sottolineare le responsabilità delle aziende tessili. È però altrettanto importante ricordare il contributo che possono dare i consumatori per migliorare la situazione. Possiamo imparare a conservare meglio i nostri capi. A ripararli, se si danneggiano. La partnership tra Patagonia e “Ifixit” nasce proprio a questo scopo. Ma cos’è “Ifixit”? “Siamo una piccola azienda. Attraverso il nostro sito, insegniamo alle persone a riparare i loro effetti personali” dice il CEO Kyle Wiens. “Il nostro obiettivo è quello di insegnare alle persone a riparare di tutto, dai cellulari, alle macchine, fino all’abbigliamento. Riparare un oggetto ci fa uscire dalla condizione di consumatori passivi, facendoci entrare in quella di consumatori attivi”.